Lettera del Presidente della SiFit al Rettore dell’Università di Padova

 

“Caro Rettore ti scrivo”

Caro Rettore, ti scrivo per rassegnare le mie dimissioni dal Nucleo di Valutazione di ateneo. Faccio parte oramai da molti anni, forse troppi, del NVA; e già questa potrebbe essere di per sé una motivazione valida per questa mia determinazione.

Devo però dirti che non è questa la ragione principale che mi spinge alle dimissioni. A rendere per me urgente una decisione sulla quale, come sanno i miei colleghi del Nucleo, ragiono da un certo tempo, è piuttosto il fatto di essere stato eletto, recentemente, presidente della Società Italiana di Filosofia Teoretica. Come sai la SIFiT è una delle società scientifiche che, forse come nessun’altra società, ha assunto, con il mio pieno e convinto sostegno, posizioni fortemente critiche e di aspra opposizione nei confronti delle politiche valutative dell’ANVUR, pagando anche, per questo, un costo, talora niente affatto marginale. 

Ora che mi trovo a presiedere la Società e che si apre una nuova impegnativa stagione di valutazioni ho bisogno di sentirmi del tutto libero da incarichi istituzionali che potrebbero rischiare di farmi giocare contemporaneamente ruoli non sempre fra loro coerenti e che, d’altro canto, rischierebbero per questo di mettere in difficoltà o a disagio l’ateneo. Negli anni in cui ho fatto parte del NVA ho infatti sempre cercato di separare e tenere distinti da una parte il mio impegno critico nei confronti di modelli valutativi che credo stiano per alcuni aspetti minando i capisaldi della libertà di ricerca e dall’altro la mia funzione di membro del NVA, che aveva come suo compito istituzionale non tanto quello di discutere le procedure valutative e la loro ‘ideologia’, ma di fare in modo che l’ateneo le seguisse nel modo più rigoroso e serio possibile.

Questa sorta di duplicità di atteggiamento non è però ora, per me, in queste condizioni, più sostenibile.

Accanto a questo elemento, però, non posso negare che ne agisce anche un altro, sicuramente non secondario, e, per così dire, più strutturale. E cioè le trasformazioni di statuto e le modificazioni di funzione cui è andato incontro negli ultimi anni il NVA.

Se dovessi dirlo in modo frettoloso direi che il NVA è passato in pochi anni da luogo di analisi e considerazione della vita complessa dell’ateneo (e quindi anche luogo di ascolto delle peculiarità e delle differenze di cui si nutre la vita dell’università) a luogo che, del tutto indipendentemente dalla volontà dei suoi componenti, è diventato (ed è destinato sempre più a diventare) una sorta di terminale di operazioni decise perlopiù fuori dall’ateneo e a cui l’ateneo deve adeguarsi e deve attenersi, a volte anche al di là di effettive valutazioni di merito circa la sostanza delle questioni che quelle procedure attivano.

Questo è avvenuto, credo, in seguito ad alcune novità normative e di sistema intervenute negli ultimi tempi. A me sembra che due siano stati soprattutto gli eventi che hanno modificato radicalmente in questi anni il modo d’essere e forse anche la stessa ragion d’essere dei NVA: l’istituzione dell’ANVUR e la cosiddetta Legge Brunetta, che ha attribuito ai Nuclei le funzioni che in altre strutture sono proprie degli OIV, ovvero degli Organismi Interni di Valutazione.

E partirei proprio da quest’ultimo punto.

Che altro è in effetti, si dirà, il NVA se non un organismo interno di valutazione?

Il problema è che agli OIV sono attribuite funzioni e procedure che modificano profondamente la natura della valutazione, trasformandola, lo ripeto, da considerazione e discussione relativa all’organizzazione e alla qualità dell’ateneo, in procedura standardizzata, in cui quella organizzazione e quella qualità vengono tradotte (e dunque ridotte) a performance misurabile. Io non riesco proprio a condividere questo modello valutativo, che trasforma (e in parte ha già trasformato) l’università in qualcosa d’altro da ciò che essa è stata per secoli, senza quasi che ci sia consapevolezza di questo; non riesco davvero a condividere la retorica che con l’idea di rendere il tutto più efficiente ed efficace trasforma sempre più l’università da luogo di produzione critica del sapere in una azienda chiamata a sfornare prodotti adeguati al mercato (siano questi prodotti le pubblicazioni o gli studenti) caratterizzata da un sistema di controlli meccanici. Ma anche indipendentemente dal fatto che io non condivida questo modello di valutazione, c’è in me la chiara consapevolezza di essere del tutto inadeguato per esso, di non avere cioè, dentro a questo modello valutativo, alcuna effettiva e concreta competenza da offrire. Sono peraltro convinto che, così inteso, il lavoro di valutazione dovrà sempre più essere demandato a specifici professionisti della valutazione, ad agenzie specificamente organizzate per questo, a tecnici che andranno a determinare, sulla base delle procedure valutative assunte nella loro ideologica neutralità, e dunque dall’esterno, e cioè non secondo logiche intrinseche alla ricerca, la vita concreta degli Atenei in tutte le sue componenti.

Questo modo di intendere la valutazione non può non portare – e qui tocco un punto che so starti molto a cuore – a un progressivo processo di deresponsabilizzazione degli organi politici, i quali si troveranno sempre più ad agire (o faranno credere di agire sempre più) non in quanto tali, ma in quanto esecutori di precisi dispositivi tecnico-valutativi, i quali assumeranno (e già hanno assunto) impropriamente, ma ineluttabilmente, una funzione direttamente ed eminentemente politica e di governo. 

Le cosiddette ‘buone pratiche’ del management aziendale, che costituiscono evidentemente la ratio della normativa valutativa, presentandosi come strumento di miglioramento e di trasparenza, stanno diventando veri e propri strumenti di definizione della vita dentro ai sistemi che esse organizzano. L’uso oramai ad esempio esteso a tutte le sfere della vita dell’ateneo di una logica che lavora in termini di catene di azioni agganciate ad obbiettivi misurabili e verificabili (per cui i corsi di studio, gli insegnamenti, e alla fine anche la ricerca vengono giocoforza pensati e progettati in termini di performance) oltre che avere oramai integralmente burocratizzato la vita dell’università, consente, credo, di toccare con mano la trasformazione dentro la quale ci stiamo muovendo. 

Dirai che in fondo la valutazione il NVA l’ha sempre fatta, anche prima della Legge Brunetta. Ma era diverso il modo, erano diverse le procedure, si era convinti di poter in qualche modo governare il meccanismo senza esserne stritolati. Quello che va sempre più emergendo all’interno delle pratiche valutative (e ripeto: indipendentemente dai soggetti che compongono il NVA – e quelli del NVA di Padova sono tutti davvero ottimi) è il dominio delle procedure sulle considerazioni, dei meccanismi sulla possibilità di una ponderazione in grado di tener conto delle variabili umane: degli indicatori sulle persone e sulle cose.

Un ateneo eccellente (parola che ho visto crescere e lievitare in questi anni e che in tutte le sue declinazioni è diventata oramai un mantra nauseante) è oggi quello che risponde positivamente agli indicatori, che ha messo in atto tutte le procedure previste dai propri organismi interni di valutazione, che è adeguato alla misurazione che su di esso le agenzie valutative producono. Che poi quegli indicatori siano giusti, che quelle procedure producano un effettivo miglioramento nella vita delle persone che lavorano in ateneo, che quelle misure dicano davvero qualcosa della qualità organizzativa rischia di essere cosa secondaria se non addirittura irrilevante. Si rischia cioè di entrare nel paradosso, che mi sembra peraltro già effettivo, per cui si fa qualcosa, si decide qualcosa, non tanto o non primariamente perché lo si ritiene giusto e inderogabile, ma perché così vuole e chiede la valutazione.

Permettimi di citare un vecchio monologo di Giorgio Gaber (che peraltro citava cripticamente Adorno, il che rende forse un po’ più accademico il mio riferimento): ‘la libertà – diceva Gaber – è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà’.

Nel nostro caso si potrebbe dire che l’eccellenza è alla portata di tutti: ognuno pensa e lavora come vuole per raggiungerla e tutti pensano e lavorano come vuole l’eccellenza.

Pensa ad esempio all’introduzione degli insegnamenti di alcune discipline in lingua veicolare o addirittura all’istituzione di interi corsi di studio (magari triennali) che si svolgeranno in inglese. Queste iniziative più che rispondere a bisogni effettivi, rispondono a un bisogno di premialità, a una corsa verso un’eccellenza determinata da parametri valutativi del tutto esterni rispetto alle pratiche concrete dell’insegnamento. Siamo davvero sicuri che gli studenti che seguiranno le attività didattiche in lingua veicolare abbiano la medesima possibilità di approfondimento, di interlocuzione e di spiegazione degli studenti che hanno avuto l’opportunità di seguire quell’insegnamento nella lingua madre del docente? E’ davvero la risposta a un bisogno dello studente e del docente la creazione di questi corsi? Sono state davvero discusse le implicazioni didattiche e formative connesse a questo?

Questo modo di intendere la valutazione, ovvero questa idea per cui è la valutazione a dire come ci dobbiamo comportare, è diventato a mio parere decisivo e palese da quando è stata costituita l’ANVUR, da quando cioè una struttura centrale e verticistica e che non risponde sostanzialmente a nessuno ha standardizzato le pratiche valutative, ha creato sistemi e protocolli di rara complicazione e farraginosità che hanno trasformato e riplasmato la vita degli Atenei (e dei docenti, che passano forse più tempo su moduli e protocolli che sui libri) e ha inciso, a mio parere profondamente e radicalmente, anche sulle stesse pratiche di ricerca.

Devo dirti che uno dei segni secondo me più eloquenti e tristi della crisi in cui versa il mondo intellettuale italiano mi sembra proprio l’acriticità con cui esso ha accolto, accettato e subìto (o la banalità con cui vi ha talvolta reagito, il che mi sembra addirittura peggio) uno dei tentativi più radicali e consapevoli (e in buona parte riuscito) di trasformare e rimodellare dall’esterno, secondo cioè logiche esterne alla ricerca, le pratiche di ricerca, le forme in cui si struttura e si esplica il lavoro di ricerca, il modo in cui si organizzano le comunità scientifiche.

Dico ‘consapevolmente’ perché davvero molte volte ho udito autorevoli membri dell’ANVUR dire che loro sanno benissimo che la valutazione non è una semplice fotografia del reale, ma una sua trasformazione, che loro sanno benissimo che la valutazione modifica ciò che viene valutato e che proprio per questo ritengono che la funzione dell’ANVUR sia decisiva e fondamentale: perché essa è o sarà la leva che consentirà alla ricerca italiana di uscire dalla palude in cui si è cacciata, essa è o sarà il bastone o la carota che consentirà alla ricerca italiana di liberarsi dalle proprie autoreferenzialità (un altro dei mantra che mi sono divenuti sempre più insopportabili), di farsi finalmente ricerca internazionalmente riconosciuta, di raggiungere il livello di eccellenza che deve raggiungere, smascherando le sacche di inefficienza e fannullaggine che (come oramai scrivono i quotidiani un giorno sì e l’altro anche) si annidano corpose dentro gli Atenei.

Ovviamente non è questo il compito di una agenzia di valutazione, ma, contemporaneamente, pretendere una qualche forma di purezza valutativa rischia di essere ancora più ingenuo del (niente affatto ingenuo, a dire il vero) compito salvifico che l’ANVUR si è data, della funzione redentrice rispetto al mondo universitario che l’ANVUR ha preteso e pretende di incarnare.

E così oggi, ad esempio, un dottorando di filosofia (parlo ovviamente per esperienza diretta) a metà del I anno del suo corso si presenta dal proprio tutor con un articolo (ovviamente in inglese) chiedendo informazioni e aiuto per piazzarlo in una rivista di Fascia A (di quelle che l’ANVUR ha deciso in modo a dir poco rocambolesco di considerare di Fascia A), o in una qualche rivista internazionale di quelle che hanno i parametri valutativi adeguati in vista della propria carriera. E il tutor, per quanto consideri sbagliato questo modo di pensare la ricerca, per quanto pensi che la ricerca, quella vera, ha bisogno di tempi lunghi e di nessuna finalizzazione immediata che non sia il desiderio di capire, la fatica di comprendere, lo sforzo di imparare sempre di più e sempre più profondamente, non può non aiutarlo e non può in qualche modo non accondiscendere a questa ‘salamizzazione’ delle pratiche di ricerca, a questo modo di pensare lo studio come immediatamente finalizzato a un prodotto e non può quindi, se non vuole assumersi la responsabilità di creare ricercatori già abortiti, non aiutarlo, non incoraggiarlo dentro questo percorso perverso. E così, ancora, quando vedrà il proprio dottorando eliminare tutto ciò che può risultare apparentemente come marginale allo scopo della ricerca, non immediatamente collocabile rispetto al focus della sua ricerca e traducibile dunque in termini di realizzazione di prodotto, non potrà con forza dirgli che proprio nei margini c’è di solito ciò che dà davvero corpo e spessore a una ricerca, che la ricerca è spesso fatta proprio di ciò che non c’entra, che la vera innovazione nasce da impreviste, inattese e a volte apparentemente strambe ibridazioni. Perché se gli dicesse queste cose delle quali è magari profondamente convinto rischierebbe di fargli del male. Dicendogli ciò che ritiene essere bene rischierebbe di fargli del male.

Io credo che noi si sia di fronte a una modificazione strepitosa e fondamentale dell’ethos stesso della ricerca. E che questa modificazione stia avvenendo come se fosse semplicemente ineluttabile, senza una autentica discussione, culturale e scientifica, di ciò che sta accadendo, sotto l’impeto di una ideologia e di una retorica del miglioramento, del merito, dell’eccellenza, che funziona perché sembra impossibile opporsi ad essa senza apparire dei conservatori che non vogliono migliorare, senza venire immediatamente considerati dei difensori dei privilegi acquisiti, senza essere rappresentati da questi novatores come dei provinciali incapaci di sollevarsi al livello di internazionalità richiesto nell’attuale società globale. 

Per tutto questo, rassegno le mie dimissioni dal NVA. Non per ritirarmi da un impegno che mi ha visto coinvolto in questi anni per cercare di rendere il nostro ateneo sempre più all’altezza della situazione, ma perché il mio modo di pensare la ricerca, la didattica, e con esse l’idea di università in cui si fondano, rischiano di non poter essere più adeguati rispetto alle concezioni di ricerca, di didattica e di università veicolate dalle pratiche valutative e dalle agenzie che di esse si occupano.

Gli anni che ho trascorso all’interno del NVA sono stati anni per me importantissimi, anni in cui ho potuto collaborare con persone di altissima qualità professionale e spessore umano. E mi riferisco, nel dire questo, tanto ai colleghi membri del NVA, quanto al personale dell’ufficio di supporto. Sono stati anni in cui ho potuto conoscere, da un punto di vista per molti aspetti privilegiato, un mondo articolato, complesso e non riducibile ad alcuna monolitica uniformità come è quello dell’ateneo, e in particolare di questo nostro, di Padova, leggendolo anche in relazione con gli altri Atenei. Sono stati anni in cui ho potuto sempre muovermi con assoluta libertà e fuori da condizionamenti e in cui ho visto il mio e nostro lavoro sempre da Te seriamente considerato e valorizzato. Sono stati anni in cui ho avuto la fortuna di avere come riferimento un rettore che ha sempre dimostrato attenzione verso un’idea alta di università, un’idea che tu stesso hai visto a volte ridotta e impoverita dalle procedure burocratiche di cui spesso si sono serviti legislatori e valutatori; un rettore che ha avuto il coraggio di denunciare questi pericoli anche quando Padova poteva tutto sommato beneficiarne; che ha anche sempre incoraggiato una discussione critica e partecipata sulle politiche della ricerca e sull’invadenza, in esse, delle pratiche valutative.

Per questo ti prego di accogliere le mie dimissioni non come un atto di disagio nei confronto del mio ateneo o del NVA di cui ho fatto orgogliosamente parte, ma come un gesto che vuole in qualche modo richiamare l’attenzione su una delle trasformazioni più radicali e decisive per la vita degli Atenei di questi e dei prossimi anni.

Per questo, ti chiedo anche di poter rendere pubblica questa mia troppo lunga lettera, nella speranza che essa possa in qualche modo attivare una discussione che coinvolga tutti coloro che avvertono l’urgenza di insistere a pensare su questi temi.

Luca Illetterati

 
 
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